Galapagos
Viaggi,  Ecuador

Finestra vista Galapagos

Qualche giorno fa una persona mi ha chiesto di aiutarla a organizzare un viaggio ancora senza meta, e indecisa su quale meta suggerire mi è stato detto “Perché non le proponi le Galapagos?”. 

“Io non le proporrò mai a nessuno”.

Ed è vero, non so mai se le persone hanno la giusta sensibilità per capirle e, di conseguenza, apprezzarle. 

Ho pensato di scrivere questo flusso di coscienza sulle Galapagos proprio dopo questa chiacchierata. Lo ammetto, mi sono sentita forse un po’ presuntuosa dopo, ma non credo possano essere un viaggio adatto a tutti, e per tantissimi motivi.

Diversamente dall’articolo che vi ho scritto su come organizzare al meglio un viaggio alle Galapagos, qui vorrei soffermarmi sull’aspetto umano ed emozionale, raccontare se e come le mie aspettative sono state soddisfatte e soprattutto fare interrogare chi legge: vorrei vi chiedeste se si tratta del viaggio adatto a voi. Se quello che cercate sono consigli su cosa fare, vedere e mangiare alle Galapagos, vi rimando alle storie in evidenza che ho organizzato su Instagram.

Tutto questo secondo il modello di flusso di coscienza apparentemente senza coerenza che si propone ripetutamente su questo blog.

‘Sono state come te le aspettavi?’ è una delle domande che più mi viene posta, perché tutti sapevano quante aspettative avessi riversato su questo viaggio, lo desideravo da troppo tempo. 

‘Sotto alcuni di vista, sono state anche meglio’. E lo dico con il cuore colmo di gioia, perché prima di partire avevo conosciuto solo una persona che le aveva visitate che non sembrava aver nutrito nessun entusiasmo per le mie isole del cuore, quelle che sognavo da 23 anni. 

“Com’è possibile che il viaggio dei miei sogni non sia niente di speciale? Non ci credo. Com’è possibile non sentire un tuffo al cuore quando si parla di un arcipelago dove i leoni marini ti camminano accanto?”. Non avrei mai lasciato che il commento di una sconosciuta potesse minare il mio sogno, soprattutto dopo aver capito quanto i nostri tipi di viaggio fossero diversi. E menomale.

Quello alle Galapagos, unito al Costa Rica, è stato semplicemente il viaggio più bello della mia vita. Il mese più felice che abbia mai potuto vivere, che se solo ci penso sento già gli occhi riempirsi di lacrime. È stato un mese che mi ha curata.

Sì, una lunghissima premessa per sottolineare che credo fortemente queste isole non siano adatte a tutti. Non sono adatte, ad esempio, a chi è alla ricerca del lusso, a chi pensa di approdare qui e trovarsi solo spiagge di sabbia bianca e mare cristallino. A chi immagina di arrivare al porto e scattare un selfie con il primo cucciolo di leone marino nei paraggi. 

Non sono adatte a chi dice “Io non so se resisterei a non toccare gli animali”. Anzi, non solo non sono adatte a questo tipo di persone, ma io mi auguro che non ci mettano mai piede perché sarebbero solamente un danno per un ecosistema delicato come questo. 

Non sono adatte a chi, vedendolo come un viaggio economicamente impegnativo, si aspetta il  lusso sfrenato. Non sono fatte per chi non ha spirito di adattamento, per chi non ha voglia di parlare con sconosciuti e di fidarsi di loro. Per chi non ha voglia di rispondere alle domande randomiche che vengono poste da persone qualsiasi lungo la strada, di chiacchierare, di ascoltare. 

Penso invece, che le Galapagos siano per quelle persone che hanno voglia di sentirsi parte di un ecosistema unico al mondo, di rispettarlo, di sentirsi un contributo al mantenimento di quel paradiso. 

La prima cosa che mi viene in mente è che alle Galapagos le cose belle bisogna andarsele a cercare e – molto spesso – si trovano sott’acqua. 

Qui ho fatto lo snorkeling più bello della mia vita. A distanza di settimane, ancora non riesco a crederci di aver nuotato con dei pinguini. La frase che più spesso ricorre quando racconto le Galapagos che ho vissuto è – letteralmente – “Cioè io ancora non ci credo che ho nuotato a tanto così da un pinguino. Io avevo un ca**o di pinguino a questa distanza”, il tutto mimando una grandezza pari a meno di un metro con le braccia.

Per me è ancora assurda l’idea di essere stata circondata da tartarughe marine giganti, di aver nuotato con squali, cavallucci marini e mante, di aver trovato una strada bloccata da una tartaruga mentre andavo in bicicletta. 

Il tuffo al cuore che ho provato quando ho messo la testa sott’acqua dopo essermi sistemata la maschera da snorkeling e ho visto uno squalo, me lo ricordo benissimo. Mi ricordo anche le parolacce che ho farfugliato nel boccaglio, eccome se me le ricordo. 

Andare alle Galapagos significa sdraiarsi alla Loberia, la spiaggia di San Cristobal abitata da una colonia di leoni marini, e spostarsi quando uno di loro ti corre in contro e decide di rubarti il posto che con tanta fatica ti eri accaparrata all’ombra. Io a quel cucciolo ho fatto solo un video, indignata e divertita dall’arroganza con cui si è avvicinato alle mie ciabatte, al mio zaino, al mio telo mare.

Non ho pensato nemmeno per un minuto “Ma se lo toccassi?”, perché sapevo che quei due secondi di appagamento personale sarebbero costati molto di più a lui, magari la mamma di quel cucciolo lo avrebbe addirittura cacciato, per colpa mia; lui non avrebbe potuto più nutrirsi e il danno sarebbe stato incalcolabile. 

Ma cosa ne sarebbe stato di questa esperienza, se a condirla non ci fossero stati loro, i galapagueni? Con i loro sorrisi, le loro gentilezze e la loro completa assenza di stress? 

Ho conosciuto Romel, che ha sopportato le mie mille domande e mi ha aiutato a prenotare tutte le escursioni, che ha due figli di cui uno vive in Germania e gli manca moltissimo. Mi ha raccontato la sua isola (Isabela, la mia preferita) con una luce negli occhi che mi ha commossa, mi ha raccontato di come vive, dalla sua amaca tesa dentro l’ufficio; eravamo arrivati al punto in cui passavo al negozio anche solo per salutarlo e farci due chiacchiere. Ad ogni domanda tirava fuori una mappa e mi spiegava meticolosamente il percorso che avrei dovuto seguire, con quale mezzo e dove fermarmi perché “Questo non te lo puoi perdere”. 

Ho conosciuto Maribel, che una mattina ha aperto prima il suo bar apposta per prepararmi una acai bowl, fatta con tanto amore e la frutta coltivata da lei stessa nella finca che ha vicino a casa. Mi ha accolta con una gentilezza inaspettata, mi ha fatto domande e si è resa disponibile per ospitarmi a casa sua qualora volessi rimanere alle Galapagos più giorni di quelli consentiti ai turisti. “Se sei qui per visitare un residente puoi fermarti di più”. 

Dopo avermi preparato una bowl coloratissima, mi ha raccontato con una gioia fuori dal comune della felicità di vedere la propria scheda su Google. Una scheda vuota, che riportava solamente il nome del suo bar e una recensione (a cui adesso si è aggiunta la mia, a cinque stelle). Si è seduta sul divano e mi ha fatto tantissime domande. E io, felice come una bambina, le ho raccontato tutto quello che voleva sapere su di me e il mio lavoro.

Ho conosciuto Moises, che ha 23 anni e un amore viscerale per il mare, tant’è che la sua isola non pensa proprio di lasciarla. Adesso ha un piccolo negozio dove noleggia tavole da surf, dà lezioni e noleggia biciclette. Ha anche in programma la costruzione di un locale di cui si sta occupando direttamente, e me lo ha raccontato caricando di energia ogni parola.

Ho conosciuto Alicia, ragazza svizzera che adesso è sposata con un galapagueno e vive insieme a lui a Isabela ed è felice come mai lo era stata prima. Hanno tre bambini e, ogni pomeriggio, quando chiudono la loro agenzia vanno a passeggiare sulla lunghissima spiaggia di Isabela. 

Un giorno, mentre rientravo da Playa Mansa ho registrato un video – che non ho mai pubblicato e adesso capirete perché. 

Mentre camminavo su quella spiaggia enorme, la più ampia che abbia mai visto, fatta di sabbia che sembrava farina setacciata, sono scoppiata a piangere. E sono scoppiata a piangere dalla felicità, cosa che mi era successa svariate volte durante quelle due settimane da sola. Mi succedeva davanti a un tramonto particolarmente bello e silenzioso, davanti a un animale immobile sotto il Sole che sapeva di poter stare tranquillo perché nessuno lo avrebbe disturbato. Insomma: ho pianto tantissime volte, ma sempre di gioia. 

E il paragone di quelle lacrime è andato immediatamente a quelle due volte che ho pianto durante il mio primo viaggio lungo da sola, quello in Asia. Ricordo perfettamente di aver pianto la prima sera in Cambogia, complici stanchezza e viaggio di circa 40 ore, e la sera del 24 Dicembre.

Alle Galapagos è stato tutto diverso: io stavo piangendo di gioia. Piangevo perché ero felice di aver raggiunto quel sogno, quell’obiettivo, perché ero sola ma non mi sono mai sentita sola, perché mi era stata data la possibilità di farmi conoscere da persone nuove, di raccontarmi e di ascoltare. Mi dicevo “Eli ma ci credi? Ce l’hai fatta. Dopo 23 anni, tu ce l’hai fatta”.

Per me le Galapagos sono state una sorpresa, soprattutto Isabela, fatta di due strade principali, pagamenti solo in contanti perché c’è una linea pessima, wi-fi altrettanto pessimo, cibi semplici e solo due sportelli bancomat per prelevare. 

Io non credo che queste isole possono piacere a tutti, ma penso che quella bambina di 7 anni che le sognava tanto ardentemente, oggi sia veramente felice di esserci stata e che l’abbiano guarita. 

La cosa incredibile è che questo mese e mezzo è stato brutale in molti casi. Mi ha fatta allontanare da qualsiasi oggetto o idea dessi per scontato, mi ha fatto paura in alcuni casi, mi ha tolto certezze in altri. Mi ha costretta a fidarmi, mi ha fatto perdere l’equilibrio e mi ha fatto sentire mie solo le cose essenziali. Ma che straordinario modo di perdere l’equilibrio. 

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